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Uno degli effetti più macroscopici delle interconnessioni, degli incroci di questi influssi culturali risiede nella impossibilità di considerare i processi di globalizzazione come se fossero determinati solo ed esclusivamente dalla cultura occidentale. Dobbiamo ricordare che se il Terzo Mondo è entrato nelle città del Primo Mondo, il Primo Mondo è entrato anche nelle città del Terzo Mondo. Diviene estremamente difficile individuare con certezza gli ambiti di reciproca influenza e indicare i loro confini. Molte categorie geopolitiche hanno ancora validità, ma in un mondo attraversato da continui movimenti di gruppi umani, capitali finanziari, di valori, di stili di vita è difficile indicare quali di queste categorie geopolitiche sia utile applicare negli specifici contesti. Molti sono gli esempi forniti dagli studi urbani che indicano come oggi in molti contesti occidentali interi quartieri cittadini subiscano un vero e proprio processo di terzomondizzazione. Seguendo le analisi dello storico francese Michel De Certeau sulla produzione culturale dello spazio urbano possiamo assumere che l’espressione “Terzo Mondo” non indichi più una località, ma piuttosto una rappresentazione sociale. Molte volte nelle nostre città avviene che un quartiere sia abbandonato da un gruppo di residenti che appartengono alla classe media, vanno via perché ansiosi di abitare in posti più esclusivi. Può capitare che questo quartiere sia progressivamente occupato da fasce più indigenti della popolazione e rapidamente si viene a costituire un habitat diverso da quello precedente, che mal si adatta alle immagini tradizionali dei centri urbani occidentali. I suoi abitanti sono sotto-occupati, abbandonati dai sistemi del welfare (che sono in crisi in tutta Europa), le loro rimostranze collettive sono spesso represse dalle forze dell’ordine. Il quartiere per i suoi nuovi ritmi di vita, per la relazione di sfruttamento che si instaura rispetto ai quartieri confinanti, diviene un vero e proprio Terzo Mondo, incapsulato all’interno del Primo. In questo quartiere si mescolano immigrati regolari, clandestini, cittadini residenti da generazioni nella città, ma vittime delle economie post-fordiste e dei rovesci economici conseguenti ai nuovi andamenti del mondo del lavoro. Si tratta di uomini, donne che appartengono alla cultura e al mondo della devianza. Ci piace ricordare una testimonianza antropologica per segnalare il senso di spaesamento e di dislocazione che attraversare uno di questi quartieri può procurare anche a un viaggiatore esperto di “mondi altri da sé” come può essere un antropologo. Dopo aver fatto per alcuni anni ricerca ad Haiti l’antropologa KAREN MCCARTHY BROWN spostò la sua attenzione etnografica su un quartiere di New York. Così descrive il suo primo contatto con il suo nuovo oggetto di studio:

«Le nostre narici si riempirono di odore di carbone e di carne arrostita, mentre le nostre orecchie erano frastornate da frammenti sonori di reggae, di salsa e di quella monotonia fragorosa che gli haitiani chiamano jazz. Potevo cogliere conversazioni animate in un misto di haitiano, di creolo, di spagnolo e in più di un dialetto inglese dai toni lirici. La strada presentava un patchwork di negozi: Chicka-Licka, il Bazar Ashanti, un ristorante haitiano, una farmacia delle religioni africane del nuovo mondo, che offriva pozioni e polveri che assicuravano immediata fortuna, rapide guarizioni e le candele votive con il marchio delle Sette Potenze Africane. Mi trovavo a poche miglia dalla mia casa di Manhattan ma mi sembrava di aver imboccato una strada sbagliata, di essere scivolata in un baratro apertosi tra mondi diversi e di essere emersa nella strada principale di una città tropicale».

L’analisi culturale dei tessuti urbani dimostra che, molti quartieri del centro storico come delle periferie di molte città occidentali, sono divenuti veri e propri crogiuoli di gruppi e di culture diverse che vivono fianco a fianco dispiegando una grande eterogeneità di modelli di comportamento, di valori etici, di fedi religiose e di sistemi di atteggiamenti. Sotto il peso delle dinamiche che si stabiliscono tra di essi, la stessa identità dei cittadini che da generazioni risiedono nelle metropoli occidentali subisce cambiamenti così notevoli che molti autori si domandano se sotto il peso di questi incontri e scontri non si stia trasformando l’intero contesto identitario dell’800.

Ricorriamo ad un’altra breve testimonianza di un antropologo. DICK HEBDIGE, attento studioso delle culture giovanili delle città contemporanee, ci ha riportato una serie di commenti raccolti a metà degli anni ‘80 durante una sua ricerca sulla diffusione della musica rock tra i giovani inglesi residenti da diverse generazioni a Birmingham. Così si esprime un giovane informatore di Hebdige:

«Non esiste più una cosa come “Inghilterra”, non più. Benvenuti in India, fratelli. Questi sono i Caraibi, la Nigeria, l’Inghilterra non c’è più, questo è quello che sta arrivando. Balsall Heat è il centro dell’incontro di tutti i popoli, perché tutto quello che vedo quando esco sono: mezzi arabi, mezzi pakistani, mezzi giamaicani, mezzi scozzesi, mezzi irlandesi. So ben io, che sono mezzo scozzese e mezzo irlandese … chi sono? Dimmi a chi appartengo? Tu sai che sono stato allevato con i neri, pakistani, africani, asiatici, ogni cosa che vuoi nominare. A chi appartengo? Sono una persona ampia. La terra è mia … sai, non sono nato in Giamaica, non sono nato in “Inghilterra”. Noi siamo nati qui, uomo».

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